Nella prima parte del XX secolo, soprattutto sulla scorta delle scoperte freudiane (ma non solo), la narrativa indaga la psicopatologia mettendo in scena la nevrosi e il suo linguaggio, anche in quanto sintomo di un disadattamento più generale dell’uomo (e in particolare dello scrittore/dell’artista) alla società borghese-capitalista (si pensi tra gli altri al caso di Svevo). Nel corso del trentennio ’50-’70, grazie tra l’altro a Melanie Klein e alla sua “scuola”, la psichiatria riesce a penetrare la dimensione della psicosi vera e propria, e la corrente anti-psichiatrica (Basaglia, Foucault, Goffman, Laing, Deleuze etc.) diffonde una visione diversa della follia, promuovendo anche importanti riforme sociali: su tutte, la chiusura dei manicomi. In questo contesto, la letteratura inizia a guardare non più alla nevrosi, ma soprattutto alla psicosi come forma e/o sintomo della disorganizzazione del mondo, come portatrice di una verità alternativa, e anche come reazione ideologica all’ordine costituito. Attraverso alcuni campioni significativi, il corso intende esaminare la varia incidenza della psicosi sulla narrativa secondo-novecentesca, concentrandosi in particolare su Mario Tobino, Paolo Volponi, Ottiero Ottieri, Gianni Celati.
- Docente: MAURO BIGNAMINI
- Docente: LUCA STEFANELLI